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Tifo calcistico e neopatriottismo

      di Paolo Guidone

Napoli – L’amore per la propria squadra calcistica e il senso patriottico sembrano argomenti agli antipodi eppure appaiono connessi a ragionarci bene.

Il calcio è un settore della società dello spettacolo che genera un sistema di riferimento proprio e in esso si riproducono elementi identitari e nazionali molto profondi.

Pensiamo al tifo carnale, sanguigno, profondamente passionale per il Napoli e la Roma: essi rappresentano una forte espressione del localismo identitario.

Oppure il ruolo “nazionalizzante” della Juventus che a partire dal quinquennio (1930-1935) conquistò un ampio seguito nazionale venendo denominata “Fidanzata d’ Italia”.

Il calcio ha, dunque, avuto un seguito importante sia da un punto di vista di business, sia come strumento sociale. Ha avuto il potere di generare forme di appartenenza postmoderne ampiamente radicate nella cultura nazional popolare.

Il tifo calcistico riproduce la sua dimensione campanilistica e a volte nazionale: uno strumento di integrazione, un campo concettuale su cui costruire fratellanze e generare nuovi ceppi cromosomici.

Il tifo della Juve, esempio maestro, fu vissuto da molti immigrati meridionali, nella Torino di quegli anni sopravvissuti al fumo e alla fuliggine, come espressione di integrazione.

“Fatta l’Italia, bisogna fare gli Italiani!”. Frase storica, tormentone degli anni di studio adolescenziale. Negli anni 30 si divenne italiani anche grazie alle vittorie della nazionale di Vittorio Pozzo.

Erano altri tempi: c’era il fascismo e, quello, era un calcio diverso. Eroico per certi versi, fatto di eroi rudi e veri ben lontani dagli “eroi” incipriati di oggi.

Intimo era il nesso tra patriottismo vero e sfida calcistica.  Negli anni 30 le gesta della Nazionale fu vista come espressione dell’Italia fascista: talmente era sentita la sfida per il mondiale del 1934 che emblematica risultò la richiesta di ferie di Vittorio Pozzo assunto alla Pirelli.

Poi arrivò il Mundial del 1982 e le sue forti le venature “patriottiche”. In fondo questa repubblica un problema d’identità lo ha sempre avuto: occorreva ricordarsi di “appartenere”. Io il Mundial me lo ricordo! Fu un’emozione per gli occhi e il giusto companatico per il cuore: un cuore chiamato Italia. Il patriottismo e la fierezza patria si chiamarono: Paolo Rossi, Dino Zoff.

Il Tifo calcistico e i suoi tifosi, militi dell’amore sportivo rendono evidente quanto il sentimento localista e nazionale sia un substrato presente, in parte è persino un fenomeno identitario sia pur deformato. Per il Romanista il Laziale è un “romano” da ghettizzare.

Andrebbe “rieducato” a romana fierezza. A Napoli? Il D10s Maradona è più famoso di San Gennaro. Una religione tribale, pagana, con il suo carico di misticismo ancestrale. A Milano la milanesità è condivisa e combattuta alla pari da Milan e Inter. A volte un genovese si dice prima sampdoriano.

In una Italia, in profonda crisi di identità, il tifo rappresenta dunque il giusto strumento alla riscoperta? La dimensione localista del sentimento calcistico sottolinea il neopatriottismo regionalista? Parrebbe di si! La prova provata fu il Cagliari di Gigi Riva: un orgoglio sardo. Gigi Riva, il nuovo profeta Shardana capace di riscattare la Sardegna da secoli di immobilismo isolano.

Sono parte di una cultura nazional popolare anche le immagini della nostra Nazionale. Si pensi all’ Italia del 1970 del famoso goal di Rivera in Italia Germania. Un unico boato e tutti i cuori che battevano all’unisono.

Ph Fabio Sasso/FPA

Ph Fabio Sasso/FPA

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